Branchie - Frah Quintale (cover)

- non provate a salvarmi 

Qui, dove m’assomiglio, in patria,
sui prati, ora in cenere, d’Omero,
io da una gran guerra reduce, e da quante
un gran figlio mi ricorda mia madre,
perduto con lo scudo o sullo scudo,
desidero tornare spalla a spalla
coi miei amici marinai che vanno
sempre più dentro nei versi, nel mare.



Siamo finalmente alle conclamate vacanze e, dato il tempo a disposizione, vorrei approfittarne per leggere. Si accettano suggerimenti in merito: libri interessanti, storie coinvolgenti, bella scrittura e forma. Accettata la poesia. 
Chiunque abbia suggerimenti, lasci pure un commento. Grazie! 

C’era un tale che si riteneva scrittore realista. Perciò scriveva tutto quello che gli capitava. Si chiamava Vincenzo, ma nel romanzo compariva col nome di Ernesto. Tutto ciò che faceva, lo faceva ai fini di scriverlo. Ad esempio si sedeva e guardava il soffitto; allora scriveva sul foglio; Ernesto all’improvviso si siede e guarda il soffitto. Poi non avendo molto altro da dire si metteva un dito nel naso. Però non lo scriveva. Lo scriveva casomai in una forma più artistica. Ad esempio: Ernesto è pensieroso e lascia scorrere il tempo. Ciò significava che lui stava seduto al tavolo col dito nel naso. A volte stava così per un’ora. Questa la chiamava la fase di stallo, in cui non c’erano fatti salienti da dire. Al massimo scriveva che Ernesto non riusciva a fissare i pensieri. In realtà nell’attesa, se non si puliva il naso, si puliva con il dito un orecchio. Ma non era un avvenimento da romanzo realista qual era il suo. Questi son fatti che restano fuori dalla letteratura, anche ad esempio usare un’unghia come stuzzicadenti. Allora si alzava e scriveva: All’improvviso Ernesto si alza. Scriveva all’improvviso per dare più suggestione al romanzo. Però, appena alzato, il romanzo di nuovo era fermo. Non poteva tornarsi a sedere per non cadere in ripetizioni, così usciva di casa e scriveva che Ernesto era uscito di casa.

Decideremo allora se e quando
aumentare o calare la temperatura
con un gesto azzurro e progettuale.

Rimango a misurare il poco detto, 
il molto udito, mentre l’acqua della gora fruscia, 
mentre ronzano fili alti nella nebbia sopra i pali e antenne. 
“Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro,
ma dico, potranno altri in un tempo diverso.
Prega che la loro anima sia spoglia 
e la loro pietà sia più perfetta”. 

Era stato un bambino pieno di fantasia e di batticuore, sempre in corsa su questo arco infinito che un giorno o l’altro l’avrebbe portato via di lì: e la paura si era confusa col desiderio, tanto da non sapersi ancora capacitare se era stato più un bambino pauroso o fantastico. Amava le piccole cose, le meno necessarie, e ad esse sopratutto porgeva attenzione, tanto le grandi lo sovrastavano.
Ed anche dopo, durante l’accadere della grandi cose, gli era rimasta quest’aria distratta, quasi noncurante, di chi c’è dentro,
non di chi cerca di esserci.
Uno ha dentro di sé la propria origine come la propria morte, aveva sempre detto, un po’ ostentato, per giustificare la ragione per cui uno gode della propria libertà senza perdervisi; e anche per tentar di spiegare che è inutile cercare di essere diversi se non passando per la propria più assoluta identità.
La città di Pistoia era la città di Livia. Coetanea agli uomini di trent’anni, rappresentava per essi la loro parte migliore; e forse proprio questo ne ostacolava la vita quotidiana, la soluzione alla sua vita.
Egli la vedeva in questa cintura di polvere e di raggiri che ormai non racchiudevano che lei stessa, in una specie di fedeltà che non tenesse più conto del mutare degli eventi, e in cui trovasse anche il riscatto dalle proprie più inconfessate ostinazioni, protetta e allontanata dagli anni pieni di una misteriosa, incomprensibile violenza, che avevano scalpellato il suo stesso passato e persino il luogo in cui egli aveva immaginato il futuro.

Vivi felice, Livia, nella città che fu la mia e che ora è solo tua, tanto più tua quanto meno puoi vederla e, se addirittura più non ne scorgi le mura, è perché forse vuoi, e certo puoi, conservarne l’immagine dentro di te intatta, se la felicità ha mura intorno a sé; ma io ne dubito.
Comincio persino a dubitare che la felicità si voglia proteggere, e a pensare se non offra l’altra guancia all’infelicità, se non sia essa che un’apparizione indicativa nel viaggio dell’essere, un dito alzato pigramente a indicare una direzione a chi non te la chiede.

1981 

La poesia essenziale al centro delle cose,
le arie che motivetti spirituali intonano,
hanno saturato di bene la lega delle nostre vite
e delle nostre opere. Ma è, cari signori,
una percezione difficile, questo bene che satura,
apparecchiato da ninfe leste d’occhio, quest’essenza d’oro,
questo tocco di fortuna, disposto e predisposto
da genii così leggeri nell’aria così pallida. 

Della poesia non si dimostra l’esistenza.
È qualcosa che si vede e si conosce in poesie minori.
È l’armonia alta, vasta, che risuona
appena, appena, improvvisa,
grazie a un senso differente. È e non è,
e perciò è. Nell’istante della parola,
l’ampiezza di un accelerando muove,
cattura l’essere, lo amplia – e non è più.

Finché la terra usata e il cielo, e l’albero
e la nuvola, l’albero usato e l’usata nuvola,
perdono i vecchi usi che si facevano di loro,
ed essi: questi uomini, e la terra e il cielo,
si comunicano l’un l’altro comunicazioni precise,
precise, libere conoscenze, secrete fin’allora,
rotture di ciò che li teneva stretti. E come
se la poesia centrale diventasse il mondo,

e il mondo la poesia centrale, ognuno compagno
dell’altro, come se l’estate fosse la sposa,
sposata ogni mattino, ogni lungo pomeriggio,
e il compagno dell’estate: lo specchio e lo sguardo,
l’unico luogo e persona, un sé di lei
che parla, e denuncia sé separati, entrambi uno.
La poesia essenziale genera le altre. La sua luce
non è una luce a parte, in alto.

La poesia centrale è la poesia del tutto,
la poesia della composizione del tutto,
la composizione del blu e del verde mare,
della luce blu e del verde, come poesie minori,
e il miracoloso multiplo di poesie minori,
non solo in un tutto, ma in una poesia del tutto,
l’essenziale compattezza delle parti,
la rotondità che stringe e chiude l’ultimo anello.

È un gigante, sempre, che ne evolve, e
perché rimanga in scala, e virtù non lo mozzi, tagliuzza
insieme grandezza e solitudine o così pensa di fare,
come con una foto con firma sul caminetto.
Ma il virtuoso mai tradisce la figura,
all’orizzonte ancora ne prolunga i tagli,
ancora angelico e ancora copioso,
domina col dominio della forma.

Ecco cos’è. L’amante scrive, il credente ascolta,
il poeta mormora e il pittore vede,
a ognuno la sua destinata eccentricità,
ognuno parte, ma parte, ma tenace particella,
dello scheletro dell’etere, il totale
delle lettere, profezie, percezioni, zolle
di colore, il gigante del nulla, ognuno
e il gigante sempre mutevole, che vive del cambiare.

Sì, è come lei dice, mi sono rifiutato di ascoltare la musica, per la polvere. Sul disco, sì. Non ho neanche letto, nessuna lettera, per lo stesso motivo, appena, detto. Sono rimasto nel mio nascondiglio per tutto il tempo. Ho cercato di non imparare niente. Ho cercato di semplificare all’estremo le mie parole. In alcuni momenti la semplicità era perfino più forte della realtà. Pensavo di tradirla. Era pieno di macchie. Nessuno poteva verificare quello che dicevo. Quando fu trascritta dai cronisti la frase più celebre, relativa all’amore, molti non ne compresero l’oggetto. Per quanto semplificassi tutto, a rischio di mentire, non tutto per loro era chiaro. Quasi niente, anzi. Allora passando interamente sul fronte della menzogna pensai: ora sarà evidente, esplicito. Mentirò sempre, completamente, senza retorica. In modo piatto. Sarà decifrata ogni cosa. Intenderanno. Mi capiranno perché è il loro stesso linguaggio. Con tutta la sintassi azzerata, totalmente semplificata. Loro capiscono le bugie, le deformazioni. Leggeranno. Sarà limpido. Sbagliavo. Neanche così funzionò. Non funzionava.


Marco Giovenale 

<